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TESTI SCOLASTICI

Il sussidiario delle maestre Laura e Flavia, le maestre delle parole, conquista le scuole italiane: “Un doppio finale per insegnare l’empatia”

Si chiama Nel Cuore delle Parole ed è il nuovo sussidiario delle letture per la scuola primaria, edito da Cetem del Gruppo Editoriale ELi. Già utilizzato da oltre 50.000 bambini, ha ricevuto ottimi riscontri da parte degli insegnanti che lo hanno scelto per le loro classi. Un risultato che non stupisce, visto il successo già ottenuto dai precedenti progetti editoriali firmati dal team autoriale Stano e Zampighi, entrambe insegnanti di scuola primaria con una lunga esperienza nel settore. Prima di entrare a scuola, abbiamo avuto il piacere di parlare con la maestra Laura Stano, che ci ha raccontato del suo lavoro, dell’importanza della lettura e delle sue riflessioni sul futuro della scuola.

Quando hai capito che insegnare sarebbe stato il tuo percorso?

Sono figlia di una maestra. Quando ero piccola, facevo di tutto per riuscire a convincere mia mamma a portarmi a scuola con lei. Io mi nascondevo sotto la cattedra e dall’intercapedine osservavo i bambini e ascoltavo lei mentre insegnava. Stavo immobile, senza fiatare e respiravo le parole. La scrittura mi ha sempre accompagnato, sin dalla scuola elementare, pregavo la maestra di non farmi ricamare, all’epoca si usava ancora il tombolo, e lei, che aveva capito fin da subito le mie inclinazioni, mi diceva Sì, sì, Stano, non ti preoccupare tu scrivi, e io scrivevo il giornalino della scuola. Ho sempre avuto a che fare con le parole e, sin da bambina, se mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo: la maestra.

È stata quindi la tua esperienza da bambina a darti una visione speciale della scuola?

Sì, ed è stato proprio in classe che il destino ha voluto farmi incontrare una figura fondamentale per il mio percorso di vita e professionale: sono stata tirocinante nella classe di Maria Rosa Montini, l’autrice storica di libri scolastici, prima per Fabbri e poi per Cetem. Pensa che è stata la prima insegnante, nel 1997, a scrivere un sussidiario che è stato utilizzato da 150.000 bambini in un solo anno, è stata lei che ha ideato le tipologie testuali nei libri di scuola primaria. Il titolo di quel libro era Il Cappello Magico. E io ero lì, ho respirato la magia delle parole insieme a lei. È stata per me una figura importante, che non mi ha abbandonato mai. Fin da subito mi ha incoraggiato a scrivere e ha insistito per presentarmi alla casa editrice Cetem. Insomma, ho sempre vissuto di parole, da piccola, parole insegnate da mia mamma, poi parole ascoltate dai bambini, infine parole scritte da Maria Rosa Montini.

Molti docenti della secondaria affermano che gli studenti arrivano dalla primaria con ridotte capacità di ragionamento, di dialogo e di problem solving rispetto al passato. Da dove deriva questa difficoltà?

A questo proposito, proprio ieri in classe è accaduto un episodio. Quarta primaria: molti alunni hanno visto una serie televisiva molto popolare, conosciuta per il suo contenuto violento e che, tra l’altro, non è nemmeno adatta alla loro età. Ieri ho organizzato l’incontro con un apicoltore e uno di questi alunni ha avuto un attacco di panico al pensiero che ci fosse un’ape in classe. Questo mi ha fatto riflettere. Noi abbiamo dei bambini che vengono immersi in una realtà dai temi forti, sui social leggono di tutto, ma sono d’accordo con chi dice che il problema si risolve non facendo spegnere i cellulari ai bambini ma aiutandoli a filtrare i contenuti in cui sono immersi. È vero che i bambini di oggi scrivono più tardi in corsivo o non si sanno allacciare le scarpe, cose che una volta sapevano fare, ma hanno altre competenze, diverse, che noi dobbiamo accogliere, dando loro un senso diverso. La consapevolezza e l’empatia sono le cose che siamo chiamati a insegnare. Non è vero che non sanno fare niente, sanno fare altre cose. Sono disorientati, siamo noi adulti, come educatori, a dover prendere le conoscenze in cui sono immersi e dargli un valore, un senso. Vivono in un mondo che è più immaginario, dove mancano le esperienze concrete e noi dobbiamo calarli in un mondo reale di situazioni concrete e di relazioni. È una società che cambia. Una volta, i primi giorni di scuola non avevano bisogno di giocare con l’acqua, come all’infanzia, invece adesso ne hanno bisogno ed è nostro dovere accogliere questi bisogni.

Nel Cuore delle Parole, per la prima volta viene proposta l’idea di due finali per insegnare ai bambini che, come nella vita, ogni storia può prendere direzioni diverse. Cosa ha ispirato questa scelta?

Non si può filtrare tutto, noi dobbiamo lasciare che i bambini incontrino le varie situazioni per poterle comprendere e scegliere. I bambini devono poter vedere chi non vogliono essere per decidere chi vogliono diventare, non possiamo eliminare i lupi dalle fiabe. Da qui nasce l’idea dei doppi finali, devono avere di fronte delle diverse possibilità, poi capire quella che non vogliono, e non è detto che debbano scegliere per forza un finale che finisce bene, ciò che è importante è scegliere. I bambini hanno perso la capacità immaginativa di quelle che sono le conseguenze delle loro scelte, non riescono a sviluppare nel futuro la proiezione di una scelta e delle sue conseguenze. Quando incontro le classi, propongo il gioco dei finali, una sfida a trovarne altri dieci e i bambini li trovano, in questo sono straordinari. Dopodiché chiedo loro quale finale vogliono scegliere e non tutti scelgono lo stesso finale, lo scopo non è far loro scegliere il finale positivo ma è far capire loro, di fronte a una situazione, quali possono essere gli sviluppi. I nostri bambini hanno bisogno di stimoli sensoriali molto più di quanto non ne avessero bisogno tempo fa. Proprio perché diventino degli adulti consapevoli ed empatici è fondamentale che i bambini conoscano quello che è la vita di relazione.

nel cuore delle parole copertina

NEL CUORE DELLE PAROLE

Scopri il nuovo sussidiario di letture per la quarta e la quinta della scuola primaria con la Riflessione Linguistica più apprezzata dagli insegnanti

Quanto è importante per un insegnante aggiornare continuamente le proprie strategie didattiche per rispondere alle nuove sfide educative?

Le strategie didattiche innovative vanno sperimentate ma soprattutto è necessario cambiare il nostro atteggiamento nei confronti degli studenti, dobbiamo lavorare su entrambi i fronti. Non dobbiamo guardare i bambini come coloro che non hanno competenze ma dobbiamo guardare ai bambini come a coloro che hanno competenze diverse, bisogna partire da quelle che hanno sviluppato e lavorare su quelle che gli mancano. Gli strumenti digitali non vanno negati ma bisogna insegnare ai bambini la capacità di giudizio, una volta gliela davamo per la televisione, per la pubblicità, adesso gliela dobbiamo dare per i social. È l’unico modo che abbiamo per salvarli perché altrimenti diventano vittime di chiunque.

E in questo i doppi finali aiutano…

Assolutamente sì. Aiutano a riflettere. L’altro giorno un bambino mi ha detto che gli piaceva il finale in cui i bambini venivano puniti, io ho accolto la sua scelta, gli ho detto che va bene, poi lavorerò insieme a lui sulla riflessione che una società non può basarsi sulla legge dell’occhio per occhio dente per dente. Non si può negare, altrimenti non diventano né empatici e né consapevoli. Il conflitto non va eliminato, l’hanno sottolineato anche negli interventi ad Educability, bisogna farlo esistere e aiutare i bambini a superarlo dando loro degli strumenti.

In che modo possiamo conciliare l’inclusione con il riconoscimento delle differenze individuali nei bambini?

L’uguaglianza è dare a tutti le opportunità per realizzarsi, non è far fare a tutti le stesse cose e farli illudere, ad esempio, che siano tutti intonati. Se all’epoca la mia maestra non fosse stata così lungimirante e mi avesse costretta a ricamare come tutti gli altri, non avrei mai avuto l’opportunità di scoprire le mie attitudini. Invece mi è stata data la consapevolezza di quello che non sapevo fare, permettendomi così di valorizzare le mie potenzialità e di iniziare a costruire la mia strada. Mi viene in mente la meravigliosa immagine dove ci sono due bambini, uno alto e uno basso, la maestra che pensa che per esercitare il diritto all’uguaglianza li mette tutti e due sulla stessa sedia ma uno arriva a vedere e l’altro no. Uguaglianza è mettere il più basso su una sedia più alta e il più alto su una sedia che comunque gli permetta di vedere. L’uguaglianza è non dare a tutti la stessa sedia.

Oggi più che mai, insegnare è davvero faticoso…

Il nostro è un mestiere sempre più difficile. Oggi siamo sottoposti a qualsiasi tipo di filosofia, metodo didattico, di tutto e di più, e un insegnante giovane si può trovare in difficoltà. Alla fine penso ci voglia il buon senso di accogliere l’essere umano che hai di fronte. Non possiamo etichettare i bambini con un giudizio, un numero ma non possiamo nemmeno non renderli consapevoli del loro percorso. Va data la consapevolezza del percorso, dobbiamo renderli protagonisti, dare loro le opportunità.

Quindi i doppi finali di un brano letto a scuola possono aiutare a comprendere meglio la vita?

Sì, i doppi finali possono aiutare a comprendere meglio la vita. I miei primi lettori sono sempre i bambini, è da loro che mi ispiro. Ad esempio, stanotte mi è venuto in mente il personaggio di un principe che in realtà è un pollo di carta stagnola. L’ho scritto e poi letto ai miei bambini, che mi aiutano a capire come proseguire. Ci divertiamo insieme a esplorare come può evolversi una storia, e anche se sono severi a volte, sono loro i miei critici più sinceri. Io sono una maestra, che scrive, ma sono prima di tutto una maestra.

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